Per molti anni, il mio lavoro si è concentrato sulle “etichette”. Nel mondo dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), la diagnosi è spesso vissuta come un punto di arrivo: un nome che finalmente spiega una difficoltà, un perimetro che definisce un modo di essere. Tuttavia, la mia esperienza clinica e il mio percorso personale mi hanno insegnato che una diagnosi, per quanto accurata, è solo la superficie di una storia molto più profonda che risiede nel corpo.
Il peso dell’etichetta e il “Bambino Dimenticato“
Quando un bambino riceve un’etichetta, che sia quella di “dislessico” o semplicemente di “diverso”, non riceve solo una spiegazione tecnica. Riceve un vissuto emotivo di inadeguatezza che spesso viene interiorizzato. Questo è quello che definisco il “bambino dimenticato“: quella parte di noi che, non sentendosi vista o compresa nella sua essenza originaria, ha dovuto imparare a sopravvivere.
Il bambino impara presto che per essere accettato deve costruire una maschera. Questa maschera serve a proteggersi dal giudizio, ma ha un costo elevatissimo: ci allontana dalla nostra spontaneità e ci costringe in un ruolo che non ci appartiene.
Ti riconosci in queste parole? Inizia oggi a riprendere per mano il tuo bambino dimenticato.
Il corpo come archivio emotivo
La mente può dimenticare, o può razionalizzare una diagnosi, ma il corpo non dimentica mai. Le tensioni, la rabbia repressa per non essere stati capiti e l’ansia di dover corrispondere a modelli esterni si trasformano in quella che in bioenergetica chiamiamo armatura caratteriale.
Nel mio lavoro come psicologo, mi sono accorto che le parole possono essere come una radiografia, ma è il corpo a offrire la prova definitiva. La postura, il ritmo del respiro e i blocchi muscolari raccontano la storia di quel bambino che ha dovuto “stringere i denti” per andare avanti. Non siamo solo mente: siamo un corpo che sente e che reagisce agli stimoli anche quando pensiamo di aver superato razionalmente un trauma.
Verso un “Essere Autentico“
Il passaggio cruciale nella mia professione è stato comprendere che la vera guarigione non consiste nel “correggere” un disturbo, ma nel permettere alla persona di ritornare alla propria autenticità. Essere autentici significa avere il coraggio di guardare oltre la maschera e oltre le etichette che ci sono state cucite addosso nell’infanzia.
La psicoterapia bioenergetica offre gli strumenti per sciogliere queste difese, permettendo all’energia vitale di scorrere di nuovo liberamente. Non si tratta più di capire “cosa non va” in noi, ma di recuperare quella scintilla di vitalità che avevamo da bambini, prima che il mondo ci dicesse chi dovevamo essere.
Conclusione
Oggi, a 44 anni, il mio impegno è guidare le persone in questo viaggio di ritorno a se stessi. Che tu sia stato un “bambino dimenticato” o un adulto che si sente intrappolato in una vita che non gli somiglia, il corpo è la chiave per riaprire quella porta.
La mia proposta clinica non si ferma alla superficie di una diagnosi: ti invito a scoprire cosa c’è oltre, per trasformare finalmente la tua storia in un’opportunità di libertà.
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Oltre le diagnosi, c’è la tua vita che aspetta di essere vissuta pienamente.
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